Tra orchi e sciacalli

by danielaterrile

riporto un articolo di Guido Conforti apparso una settimana fa sul suo blog
http://biarritz.splinder.com/
a meditare ……..

Una ragazzina scompare nel nulla e viene ritrovata quaranta giorni dopo in una specie di angusta cisterna, spersa nella campagna pugliese. A indicare il luogo è lo zio, reo confesso di averla insidiata, strangolata, stuprata e infine nascosta all’angoscia dei suoi genitori.
Quindici anni lei, cinquantasette anni lui. Una tale mostruosità che risulta difficile perfino da immaginare se non si trattasse soltanto di uno degli innumerevoli casi di violenza consumata tra le mura domestiche, all’interno di un ambiente familiare che talvolta trasforma le relazioni affettive in pratiche di tortura. Una realtà diffusa più di quanto si creda e soprattutto più di quanto si dica, dal momento che la stragrande maggioranza delle vittime non rende pubblici gli abusi ricevuti, che di solito sfuggono all’avidità delle cronache se non in casi come questo, in cui i contorni della vicenda sembrano fatti apposta per sfamare il desiderio di morbosità latente nelle persone.
E infatti, come se non fosse sufficiente il dramma disperante per la perdita di una figlia, ecco aggiungersi il fiato pesante dei media che accendono le loro alogene sui muri di una casa intrisa di dolore per strappare un’immagine, una parola, un qualche innesco che possa soddisfare almeno per un istante la sete di emozioni di un pubblico disperso altrove.
A violenza si aggiunge violenza e tutto ciò non serve neppure per capire, magari prevenire il ripetersi di simili tragedie per il futuro.
L’immagine sorridente del viso di una ragazzina il cui corpo saponificato è appena riemerso dal putridume di una cisterna, appesa per ore sul maxischermo di uno studio televisivo dove una compagnia di giro adusa allo sciacallaggio condivide impressioni suffragate dal nulla, non è certo un gesto di pietà, non è neppure un buon servizio alla verità.
Nessuno può cambiare la componente genetica dell’uomo, la sua naturale propensione a costruire come a distruggere, a dare come a prendere, a trasmettere la vita come a spegnerla per sempre. Però molto si può fare per cambiare la sua cultura, ossia il modo in cui l’umanità si declina nella contingenza attraverso l’insieme dei suoi comportamenti, dei suoi valori e dei suoi sistemi relazionali. Molto si può fare per costruire una cultura socialmente condivisa aperta all’altro e non fagocitante l’altro. Solo così, attraverso questa porta stretta, potremo tenere sedato, magari per sempre, l’orco che è in noi.
Spegniamo le luci, facciamo silenzio e non passiamo oltre, ma partecipiamo al dolore di una madre. Contemporaneamente accendiamo i riflettori su di noi, sulle nostre famiglie, sulle nostre abitudini, sui nostri pensieri e vediamo se non è il caso di cambiare qualcosa, finché siamo in tempo.
Tanto per iniziare, potremmo cambiare canale.

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