UN ASSE DA STIRO PER PAOLO GIORDANO

by danielaterrile

CASI CRITICI
di Policastro, ”Alias”, 19 luglio 2009, p. 20

La narrativa italiana contemporanea non esiste. Meno che mai i suoi lettori, a dar retta alle statistiche: si tratta, nel caso, di specialisti, oppure di irriducibili appassionati. I primi spulciano i libri per mestiere e dunque in modo onnivoro ed ecumenico; i secondi si rivolgono per lo più ai generi, largamente dominanti sul mercato. Si sta tentando l’esperimento di una classifica periodica di qualità per iniziativa di tre critici (Alberto Casadei, Andrea Cortellessa, Guido Mazzoni) che sono anche docenti universitari o direttori di collane, perciò esperti sia di “museo” che di “mercato”, per riprendere la dicotomia lanciata da Edoardo Sanguineti negli anni Sessanta. Ma non tutti i libri eletti rimarranno: alcuni autori forse non ne scriveranno di nuovi, altri trascureranno di rammentare il libro per cui vengono votati oggi.
Inutile far finta che così non sia: in Italia si sono dati nell’ultimo decennio scrittori attrezzati e sostenuti sul piano mediatico (da Andrea Camilleri ad Antonio Scurati, per tacere di Gianfranco De Cataldo e del “caso Saviano”), ma di cui comunque pochissimi hanno poi effettivamente letto qualcosa (Gomorra troppo noioso, troppi morti); e ci sono scrittori di qualità (da Vitaliano Trevisan a Franco Arminio, da Laura Pugno a Tommaso Ottonieri) che vendono qualche sparuta copia, guadagnandosi faticosamente una colonna alla prima uscita in virtù della recensione amica o del passaparola tra i brontosauri lettori, e che faticheranno comunque in modo abnorme, non supportati adeguatamente da una critica refrattaria a ogni progettualità, a trovare un posto nelle antologie di domani.
Il problema della canonizzazione del presente è risolto in partenza non occupandosene: Giulio Ferroni nella pur commendevole Prima lezione di letteratura italiana (Laterza, 2009) rigetta qualunque ipotesi in questo senso, dichiarando però al contempo come la formazione di un canone contemporaneo spetti ai «gruppi sociali che si fanno carico di coscienza culturale comune». Ovvero? La scuola, si sa, ha il problema di comprimere gli autori del Novecento in qualche mese dell’ultimo anno, così il programma della maturità si arresta ancora a Pirandello e Svevo, come da decenni. E persino l’università guarda con diffidenza e sospetto alla seconda metà del secolo (figurarsi al nuovo millennio), sebbene proliferi la contemporaneistica con studi, tesi, saggi e riviste. Ma lo studio accademico è ancorato a parametri anacronisticamente desanctisiani, e una letteratura diversa da quella già canonizzata in partenza, in cui si depositino i valori della tradizione nazionale e “realista”, stenta ad affermarsi, a partire dalla lingua: ogni forma di sperimentalismo è relegata in capitoli ghettizzanti e magari persino facoltativi, nella preparazione dell’esame di Letteratura. I singoli docenti che si siano eroicamente spinti a tenere corsi su Malerba, Balestrini o Porta, per tacere di squilibrati che abbiano accolto nei programmi di studio i narratori degli anni Novanta cosiddetti “cannibali”, vengono guardati con sospetto, come dei marginali a loro volta, da assecondare per mera carità o compatire per la mancanza di discernimento e di gusto critico.
All’ecumenismo pernicioso della critica militante che tutto registra con piglio cronachistico e scarso senso della «longevità» e della «pancronia», per dirla con un ormai decennale studio di Segre sulla canonizzazione, e alle carenze endemiche della formazione scolastica e universitaria, si aggiunge che la maggior parte degli scrittori che hanno oggi fra i trenta e i quarant’anni ostentano una formazione letteraria atipica, vantandosi di provenire dai più diversi ambiti, dalla sociologia (Scurati) alla fisica (Paolo Giordano). Poco male: Gadda era ingegnere. Già, ma nessun editore vorrebbe oggi pubblicare la Cognizione, e dunque non è pensabile il paragone. Gli editori investono su Scurati e Giordano perché non scrivono come Gadda, perché la loro idea del mondo si traduce sempre meno nel tentativo di dipanarne lo gliommero e sempre più in un ameno sferruzzare in poltrona: non c’è nessuna (o un’impercettibile, nel migliore dei casi) tensione verso una conoscenza che possa superare i confini angusti della percezione soggettiva. In un filmato apparso su internet, agli scrittori “generazionali” interpellati sulla letteratura meridionale (una dozzina, da Cristiano de Majo ad Antonio Pascale) non viene neanche in mente che esista una tradizione in cui collocarsi o cui contrapporsi: in venti minuti, gli unici tre nomi di scrittori pronunciati sono Sciascia, Silone e “io”. L’antitesi posta da Pascale è emblematica, poi, dello stato delle cose: allo scrittore non si deve chiedere di rappresentare una «condizione» (ovvero qualcosa che abbia a che vedere con la società o col mondo esterno all’io), bensì di testimoniare una «evoluzione» (in un’ottica personale di cambiamento della propria scrittura rispetto a un genere dato, se non al se stesso del libro precedente).
La marginalità cui la letteratura su scala nazionale e la narrativa italiana contemporanea nel contesto internazionale (no, non c’è Littell da noi, come scriveva Mario Desiati nell’ambito dell’inchiesta lanciata dal quotidiano Repubblica) si autocondannano, non dipende solo dal trovarci in un contesto sociale e politico in cui i giornali dedicano più volentieri spazio agli scandali che all’approfondimento. E nemmeno, probabilmente, soltanto dalla recisione dello storico patto tra le generazioni, cui, peraltro, lo scrittore Giorgio Vasta, sempre nella stessa inchiesta, attribuisce la valenza positiva di affrancamento dal secolare mito dell’autorità.
Il consiglio preliminare è di rileggersi l’operetta leopardiana Il Parini, ovvero della gloria: il passaggio, in particolare, in cui i libri di valore cambiano da un individuo all’altro e persino i gusti di ciascuno possono mutare da un momento all’altro della giornata, in conformità all’umore. Conviene allora affidarsi a qualcosa di più duraturo che il lancio editoriale: conviene, anzi, è urgente trovare nuove forme di confronto tra i settori e tra i saperi, nella scuola, nell’università, negli spazi tradizionali come le riviste, o in quelli potenzialmente più dinamici ma fin qui declinati al peggio, come i blog letterari (dove il critico è il torero indomito che combatte solitario e manifesto contro mandrie di internauti compulsivi, deresponsabilizzati dal nick e spesso comunque ignari di qualsivoglia educazione al dialogo), per rilanciare, ricostituire, affinare dei criteri che aiutino a scegliere i libri da leggere. Oppure quelli da scrivere, per chi si senta non un’astratta vocazione ad “essere scrittore”, ma a “farlo”, cioè a recuperare la valenza sociale della scrittura, come forma di vita comune, di interrogazione o di intervento sul mondo, e non di «narcissica», avrebbe detto ancora Gadda, ricerca di un posto privilegiato in esso (da conquistarsi magari con l’investitura del premio: più che il riconoscimento di una qualità pregressa, un’indicazione di valore dal o per il mercato). Gadda: lo scrittore che considerava l’io un «pidocchio del pensiero», interpretando e ancor di più precorrendo i tempi dell’ossessione egotica e del trionfo, come hanno insegnato le cronache delle settimane passate, dell’immagine. Dove l’immagine non è più nemmeno il simulacro di realtà della deriva postmoderna, ma un vero e proprio lavoro, remunerato, e dunque riconosciuto socialmente. Certo molto più riconosciuto della letteratura, questa sì, davvero sconcio passatempo («losco e meschino», diceva sardonicamente Giorgio Manganelli) per perdigiorno. Chi decide le sorti del paese, infatti, non legge (o comunque non ne fa mai mostra). E, stando alle statistiche, nemmeno chi lo vota. Ripartire da qui, subito, prima che i pidocchi ci mangino definitivamente la testa.
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