fatti di Teheran: perché la borghesia iraniana è diventata verde dalla rabbia?

by danielaterrile

http://www.resistenze.org – popoli resistenti – iran – 04-07-09 – n. 281

di Puttini Spartaco

Dal giorno in cui in Iran si sono tenute le elezioni presidenziali la televisione ed i media ci mostrano le immagini delle manifestazioni che si svolgono a Teheran contro l’esito del voto.

Lo scrutinio ha stabilito la riconferma di Ahmadinejad alla presidenza della Repubblica Islamica già al primo turno con il 64% dei voti. Secondo è arrivato, a notevole distanza, l’ex primo ministro Mussavi con il 34% dei voti. Ma Mussavi ha contestato i risultati elettorali lanciando accuse di brogli ed ha chiamato in piazza i suoi supporters. Da allora la capitale iraniana è stata attraversata da cortei imponenti per l’uno o per l’altro candidato ed è molestata da scontri sempre più gravi. La tensione è altissima.

I media occidentali riportano che il regime cerca di reprimere l’indignazione popolare che coinvolge principalmente i giovani e le donne, i veri soggetti repressi dalla teocrazia degli ayatollah; che il risultato delle elezioni è incredibile e che gli iraniani non ci possono credere; che per la prima volta dalla rivoluzione del 1979 il popolo sta sfidando il regime, soprattutto grazie ad internet.
Certo, qualcuno ammette che anche Ahmadinejad abbia i suoi sostenitori, ma si tratterebbe per lo più di contadini misogini, che vivono in campagna immersi da un tradizionalismo religioso che non accetta la modernità, lontani dalla capitale Teheran e dalle grandi città aperte alla “contaminazione” della globalizzazione. Nessuno si è preso la briga di intervistarli, trovando molto più interessanti i coraggiosi giovani che sfidano il dispotismo dei chierici ed ai quali viene dato in effetti molto spazio.

I giornali di casa nostra, solitamente inclini a demonizzare qualsiasi manifestazione si svolga da noi dove non vengono rispettate tutte le regole del bon-ton e dell’etichetta, mostrano una curiosa simpatia ed una benevola tolleranza nei confronti dei moti di Teheran, spesso degenerati in episodi di guerriglia urbana.
La nostra informazione ha finito così per appiattirsi sugli slogan della protesta senza cercare di offrire il minimo lume critico sull’intricata vicenda. In realtà per cercare di decifrare la difficile politica iraniana, notoriamente sconosciuta ai più, almeno in Occidente, bisognerebbe rinunciare ad accettare passivamente il punto di vista di una delle due parti.
Perché la situazione è molto, molto più complessa di quanto non venga sottolineato.
Contrariamente alle volgari sciocchezze sparse a piene mani dai media va tenuto presente che la Repubblica islamica iraniana non è affatto un monolite ma è caratterizzata da una curiosa architettura istituzionale basata su una pluralità di organismi che si controllano e bilanciano l’un l’altro in un sistema dove il potere è assai diffuso.

Alcuni fatti suggeriscono che è lecito chiedersi se la dinamica che abbiamo di fronte sia davvero caratterizzata da una mobilitazione popolare contro il regime (come ci viene raccontato) o se, piuttosto, stiamo assistendo a giochi di potere innescati dalla vertenza dei sostenitori di candidati massicciamente battuti alle elezioni che giocano il tutto e per tutto fiduciosi di poter contare su sostegni in alto, molto in alto.

Per cercare di capire quello che sta succedendo e che rischia di cambiare l’equilibrio in una scacchiera di fondamentale importanza per gli equilibri internazionali occorre fare alcuni passi indietro…

– L’attesa

Lasciando al beneficio del dubbio l’ipotesi che le presidenziali iraniane siano state viziate da brogli talmente ampi da stravolgere il responso popolare, giacché nessuno ha delle prove certe né in un senso né nell’altro, è lecito tornare alle attese che si avevano prima delle elezioni.

Contrariamente a ciò che è stato sostenuto ultimamente parte degli osservatori indipendenti non nutriva aspettative molto diverse da quelle configurate dall’esito del voto. La vittoria di Ahmadinejad era nell’aria. Se parliamo di sondaggi occorre tenere presente che in Iran essi sono assai rari e difficilmente al di fuori dal paese è possibile scrutare con certezza gli enigmatici segni della politica interna iraniana, perché la Repubblica Islamica voluta da Khomeini è una creatura che non si presta a facili categorie interpretative.
Tra gli studi effettuati prima del voto merita una particolare menzione quello di due studiosi americani, coraggiosamente pubblicato dal “Washington Post” dopo che era stato dato l’esito delle presidenziali e che erano stati denunciati i brogli da parte degli sconfitti.

Il sondaggio in questione è merito di Ken Ballen e Patrick Doherty[1], è stato realizzato in farsi dall’11 al 20 maggio in tutte le trenta province dell’Iran e presentava un margine d’errore di poco superiore al 3%.
Lo studio afferma inequivocabilmente che tre settimane prima del voto Ahmadinejad godeva di un margine di vantaggio di oltre 2 a 1 (addirittura superiore a quello con cui ha ufficialmente vinto le elezioni!). Inoltre il presidente uscente risultava in testa in tutte e 30 le province del paese, persino nelle province azere dove Mussavi avrebbe dovuto giocare in casa. Sono interessanti anche altre notazioni che mettono fortemente in dubbio l’immagine che è stata data degli avvenimenti iraniani qui in Occidente. “Gran parte dei commenti hanno rappresentato i giovani iraniani e Internet come precursori del cambiamento in queste elezioni. Ma il nostro sondaggio ha scoperto che solo un terzo degli iraniani hanno accesso a Internet, mentre, di tutti i gruppi di età, quello dei giovani fra i 18 e i 24 anni comprendeva il blocco di voti più forte a favore di Ahmadinejad”[2].

Lo studio in questione è particolarmente meritorio per due ragioni: per la sua estensione e per la sua profondità. Nei suoi dati essenziali sottolinea quanto gli osservatori della realtà iraniana già avrebbero dovuto sapere (qualora non avessero commesso l’errore di valutare Ahmadinejad coi loro occhi e coi loro parametri anziché con quelli del popolo iraniano) e smentisce alcune affermazioni che nella confusione di questi giorni sono state propalate ed hanno acquisito la forza dei luoghi comuni (che la città si contrappone alla campagna, che i giovani sono contro il presidente…).

Del resto l’ipotesi caldeggiata dai più di una spaccatura elettorale tra la capitale e la campagna non mi pare molto convincente. In primo luogo perché l’Iran non è un paese del quarto mondo dove ad una capitale enorme si oppone la campagna ma possiede varie città importanti e molto vivaci, anche dal punto di vista culturale (Qom, Isfahan, Shiraz, etc…) e poi perché, sempre restando con l’attenzione rivolta a Teheran, occorre ricordare che Ahmadinejad prima di diventare presidente è stato il sindaco della capitale iraniana e che è stata proprio Teheran a costituire il trampolino di lancio della sua carriera politica a livello nazionale. La logica vorrebbe che ci si chiedesse come mai tali fatti si siano prodotti se è vero ciò che dicono i sostenitori della tesi complottista delle elezioni truccate: vale a dire che la cosa per loro davvero inaccettabile e sospetta sia stata costituita dalla vittoria di Ahmadinejad anche nelle grandi città e nella stessa capitale.

Lo stesso voto giovanile non sembra rispondere al clichè diffuso dai media. Ahamdinejad (52 anni) è molto più giovane di Mussavi (che coi suoi 67 anni fa parte della vecchia guardia della rivoluzione del ’79); come mai un giovane dovrebbe riconoscersi di più in questo vecchio politico che è stato primo ministro all’epoca della guerra Iran-Iraq ben venti anni fa (!) e non nel presidente uscente, che è un volto relativamente nuovo della vita pubblica iraniana e che a dispetto della sua pia ed inflessibile religiosità è uomo senza peli sulla lingua e dissacrante anche nei confronti di molti esponenti di primo piano del clero sciita che domina il paese?

Del resto la politica che il presidente uscente ha condotto durante il suo primo mandato ha mostrato che egli è intenzionato a rispettare le promesse che aveva fatto al suo popolo e qualche risultato non disprezzabile lo ha prodotto (nonostante la grave crisi economica internazionale, la disoccupazione tradizionalmente e pericolosamente alta e gli effetti negativi dell’embargo statunitense e delle sanzioni).
Va in effetti notato che Ahmadinejad è riuscito a rafforzare il welfare estendendo l’assistenza medica gratuita, che ha aumentato notevolmente le pensioni più basse, che ha concesso sussidi agli strati indigenti della popolazione e che ha accordato crediti vantaggiosi alla piccole imprese agricole. La politica in favore del welfare, contro le privatizzazioni e contro la corruzione svolta dal presidente uscente perché non avrebbe dovuto pagare alle elezioni? Per quale vaga e contraddittoria piattaforma politica alternativa gli iraniani avrebbero dovuto mostrare preferenza?

Infine vi è la questione della sicurezza nazionale, che in Iran è argomento assai caldo. Non va dimenticato che gli iraniani hanno pagato un altissimo prezzo per la guerra che l’Iraq di Saddam Hussein aveva scatenato senza alcun preavviso contro di loro e che oggi Teheran è nel mirino di Israele (cioè di una potenza nucleare che ha più volte minacciato un attacco massiccio contro le principali città iraniane e contro le centrali nucleari) e resta sempre nella lista nera degli Usa. L’Iran è di fatto circondato da basi americane e gli iraniani sanno bene cosa succede oltre la frontiera, nell’Iraq occupato e trasformato in un immenso lager a cielo aperto dove si consumano i peggiori crimini contro l’umanità. L’Iran è inoltre molestato dalle varie organizzazioni terroristiche che, assoldate da qualche potenza straniera, compiono continuamente attentati all’interno del paese partendo dalle basi in Afghanistan, Pakistan ed Iraq. Durante la stessa campagna elettorale vi è stato un grosso attentato contro la Moschea di Zahedan nel sudest del paese. Anche la fermezza che Ahmadinejad ha mostrato nel gestire queste delicate situazioni tenendosi sempre fedele alla difesa della sovranità nazionale ed alla scelta antimperialista che fece Khomeini devono aver pagato in quanto a consenso guadagnato (e non solo tra le forze di sicurezza e gli apparati dello Stato).
Da questo punto di vista i suoi avversari sono stati molto più ambigui o lo hanno accusato di aver isolato il paese proprio quando è incontestabile che è con la sua presidenza che l’Iran ha tessuto rapporti strategici di primaria importanza con molti protagonisti di primo piano della vita internazionale (Russia, Cina, America latina, Pakistan, India, Turchia…).

Almeno sulla carta, la vittoria di Ahmadinejad non pareva essere irrefutabilmente impossibile od improbabile, anzi!
Nonostante quanto diffuso dai media non sono circonlati altri sondaggi condotti con altrettanta perizia di quello cui abbiamo poc’anzi accennato che formulavano altre previsioni. Solamente i rivali di Ahmadinejad dicevano di vantare sondaggi con risultati diversi.
Come ha sottolineato l’analista statunitense George Friedman, il mistero non riguarda come abbia fatto Ahmadinejad a farsi rieleggere ma come abbiano potuto i suoi avversari sperare di batterlo, se lo hanno sperato veramente.

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