Presidential Elections in Iran

by danielaterrile

Franco Cardini, storico italiano, ritiene troppo semplicistico e non rispondente alla realtà lo schema proposto dai media occidentali. L’Iràn non è una dittatura, ma una società complessa animata da una società civile fluida e variegata, con molti giovani istruiti, ed un “senato” religioso. Lo scontro in corso è tra il partito dei religiosi, incline ad una distensione con l’Occidente ed appoggiato dai ceti benestanti, ed un partito di radicali laici fautori d’una politica estera e sociale più decisa. L’obiettivo di quest’ultima fazione, che si riconosce nel presidente Ahmadinejad ed è appoggiata anche dalla guida suprema Khamenei, è di trasformare la Repubblica Islamica in un regime autocratico. Il punto debole degli avversari, capeggiati da Akbar Hashemi Rafsanjani, è la loro corruzione. Cardini ritiene possibili dei brogli, anche perché l’attivismo dei sostenitori di Musavì li fa sembrare più numerosi dei voti ottenuti, ma la crisi è interna al sistema, non è una crisi del sistema: tutte le parti in causa sono nazionaliste ed ostili agli USA. I media occidentali non sono stati impeccabili, schierandosi in maniera faziosa: sono state trasmesse le immagini e le interviste dei manifestanti d’una sola parte, ed è stata subito presa per buona la tesi dei brogli, per quanto non sia provata oltre ogni ragionevole dubbio. La repressione delle manifestazioni di protesta è stata dura, ma assomiglia più agli eventi del G8 di Genova nel 2001 che a piazza Tienanmen. Gli appelli ideologici e partigiani, come quello scritto da Bernard Henry Levy e rilanciato dal “Corriere della Sera”, sono controproducenti oltre che scorretti (dove denunciano un’improponibile minaccia nucleare di Ahmadinejad a Israele); le possibilità che il partito “moderato” prevalga a Tehrān dipendono dalle azioni dell’Occidente, in particolare del presidente statunitense Obama che dovrà tenere a bada le richieste estremiste d’Israele.
http://www.francocardini.net/

Juan Cole, storico statunitense, elenca gl’indizi che secondo lui avvalorano la tesi dei brogli: Musavì ha perduto a Tabriz, capitale della provincia di cui è originario; Ahmadinejad ha vinto a Tehrān pur essendo meno popolare nelle città; Karrubi ha visto i propri voti nettamente diminuiti rispetto al 2005, ed ha perso anche nel nativo Luristan; Rezai è andato sorprendentemente meglio di Karrubi; il sostegno a Ahmadinejad è troppo omogeneo tra le varie province; la Commissione Elettorale e Khamenei hanno annunciato con notevole anticipo i risultati finali. Secondo Cole, Musavì avrebbe vinto le elezioni; informatone, la Guida Suprema avrebbe dato mandato alla Commissione Elettorale di falsificare i dati.
http://www.juancole.com/2009/06/stealing-iranian-election.html

George Friedman, politologo statunitense d’origini ebraico-ungheresi con alle spalle vent’anni d’insegnamento nelle università ed oggi direttore della Strategic Forecasting Inc., ritiene che dal 1979 i paesi occidentali continuino a travisare la realtà iraniana. Alla base di questi errori d’interpretazione ci sarebbe la scarsa dimestichezza col farsi di molti studiosi, anche iranisti, che porterebbe a comunicare soprattutto se non esclusivamente con gl’iraniani che parlano inglese (o altre lingue occidentali), i quali però non rispecchiano la società persiana ma rappresentano in genere solo il ceto borghese e benestante. Friedman ritiene poco affidabili i sondaggi realizzati in un paese come l’Iràn, in cui la telefonia non è universalmente diffusa. Secondo Friedman, benché Musavì fosse il candidato prediletto dalla borghesia urbana benestante, più attenta alla liberalizzazione ed alle questioni economiche, Ahmadinejad gode di grande popolarità tra i ceti più bassi e nelle campagne. Tale popolarità deriva dai suoi tre cavalli di battaglia: la devozione religiosa, la lotta alla corruzione ed il nazionalismo. La religione è, per molti iraniani, più importante del miglioramento della condizione economica. La corruzione dilagante nel clero è un tema assai sentito tra la popolazione rurale. Infine, il conflitto con l’Iràq ha ingenerato in ampi strati della società la speranza che i sacrifici patiti possano un giorno essere ripagati dal rafforzamento internazionale del proprio paese.
Le rivoluzioni, per avere successo, necessitano che diversi segmenti della società s’uniscano a quello che avvia il processo rivoluzionario. Nel caso iraniano, i sostenitori di Musavì sono rimasti isolati: i manifestanti sono stati gli stessi fin dai primi giorni, e le proteste non si sono allargate ad altre città. I media occidentali che hanno creduto nella possibilità d’un successo della rivolta non hanno saputo analizzare correttamente la situazione e le fratture sociali in Iràn. Alcuni hanno negato la dicotomia città-campagna ritenendola superata ed appellandosi al dato delle Nazioni Unite, secondo cui il 68% della popolazione iraniana è urbanizzata. Friedman nota però che la maggior parte abita in piccoli centri, in cui la mentalità è molto distante da quella degli abitanti delle metropoli, esattamente come avviene nei paesi occidentali. Anche all’interno delle città, poi, non vanno trascurate le differenze tra i vari ceti sociali. Alcuni segnali suggeriscono la possibilità di brogli elettorali (la rapidità del conteggio, anche se pari all’incirca a quella del 2005, oppure gli eccezionali livelli d’affluenza in talune province), benché non tutti i sospetti sollevati in questi giorni sembrino fondati (ad esempio, nota Friedman, il fatto che Musavì non abbia vinto nelle regioni azere di cui è originario non è così sorprendente: anche Khamenei è azero, e Ahmadinejad parla la lingua locale; inoltre, anche negli USA è successo che candidati presidenziali non vincessero negli Stati d’origine). In ogni caso, essi sarebbero stati complessivamente ininfluenti sul risultato finale, che rispecchia quello di quattro anni fa, a seguito d’una campagna elettorale condotta, secondo gli osservatori, con maggiore incisività dal Presidente uscente. Ma la principale dimostrazione della genuinità di fondo della vittoria elettorale di Ahmadinejad è che, a dispetto d’ogni intimidazione, se Musavì avesse davvero goduto di milioni di sostenitori in più di quelli suggeriti dal voto, le proteste di piazza si sarebbero rapidamente allargate dopo i primi giorni. Durante i disordini, molti chierici capeggiati da Rafsanjani hanno fatto pressione su Khamenei perché favorisse il ribaltamento dei risultati elettorali: secondo Friedman la Guida Suprema avrebbe rifiutato per salvaguardare la stabilità della Repubblica Islamica, che in quel caso sarebbe stata minacciata dalla violenta reazione dei sostenitori di Ahmadinejad, sia civili sia militari. I media occidentali sbagliano a considerare i chierici e Ahmadinejad come un unico partito: in realtà, il Presidente gode di vasto sostegno popolare anche perché sfida l’élite dominante dei chierici. Il futuro prossimo probabilmente riserverà una resa dei conti tra le due frazioni della classe dirigente iraniana, ma ciò non si tradurrà in una liberalizzazione della Repubblica Islamica. I rapporti con gli USA non muteranno, perché nessuna delle due parti ha finora mostrato la disponibilità a scendere a patti, ma d’altro canto Washington non pare pronta a ricorrere all’opzione militare.
http://www.eurasia-rivista.org/cogit_content/articoli/EkuVFEEFAZOdMFGjTt.shtml
http://www.stratfor.com/weekly/20090622_iranian_election_and_revolution_test

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